GRIGNA MERIDIONALE – LA MONGOLFIERA Riscoperta di una via.... Anzi: due
Colpo di coda Da
un anno è finita la guerra, che aveva interrotto ogni attività
alpinistica; ormai anche gli irripetibili anni '30 della scalata in
Grignetta sono alle spalle e con essi, forse, il fuoco che li aveva
animati. L'11 agosto del 1946 il lecchese Mario dell’Oro “Boga” e
Oreste Viganò, "Lo zio" di Legnano, sono alla base dello spigolo
sud-est della Mongolfiera; immagino il loro sguardo verso l'alto,
concentrato sulla pancia gialla che sbarra l'accesso alla parte
superiore dello spigolo. La roccia, friabile e scagliosa, sembra dare
ben poche speranze di farsi penetrare dai pesanti chiodoni ad anello
che si portano appresso. Ma chissà, forse... “Quando siamo lì,
vediamo”, si saranno detti. Nel '34, sempre sulla Mongolfiera, ma
sul suo lato più cupo, il Boga aveva attraversato gli inferi del marcio
salendo la via Carlina (chissà chi era?). “Peggio di così, cosa vuoi
che capiti” avrà pensato il Boga sotto lo spigolo. Iniziano i
giochi, e il primo breve tiro scorre via senza problemi; la roccia è
buona, e fanno sosta su un terrazzino terroso abbastanza comodo. Si
riparte, ma dopo qualche metro la musica cambia. La roccia diventa
gialla, ovunque la si "bussi" suona vuota, e i chiodi piantati nelle
fessure non fanno altro che espanderle: certamente non terrebbero la
minima caduta. Una larga spaccatura indica la via; servirebbe qualche
grosso friend, ma non li hanno ancora inventati. Non rimane che
infilare la gamba e strisciare verso l'alto. Di proteggersi non se ne
parla, ogni movimento provoca una pioggia di frammenti, e alla fine
della fessura li attendono dei crostoni inquietanti. "Da praticare con
cura", come cita la relazione. Improvvisamente la roccia si fa
compatta per un breve tratto, e quando il chiodone entra lo fa solo per
metà; ma bisogna farsela bastare. Per fortuna è sufficientemente buono
per aggrapparsi con la mano e per appoggiare il piede; poi, a sinistra,
al di là dello spigolo, c'è una rientranza dove si può far sosta. Il
traverso per raggiungerla è una danza sulle uova, e finalmente si tira
il fiato. Sopra incombe il grande strapiombo, ma non ci sono buone
notizie: la roccia è come appariva dalla base: scagliosa e povera di
buchi. Inizia la danza verso l'alto, e il tempo si dilata: 1,2,3
chiodi, poi il buio. Fine della corsa. Bisogna arrivare in cima,
ma come? La parete gialla dove si trovano è delimitata 15 metri a
sinistra da una larga striscia di roccia nera; al suo termine si apre
un colatoio, che si esaurisce sui ripidissimi prati sommitali della
Mongolfiera. La via d’uscita è lì, bypassando lo strapiombo sopra le
loro teste. Con la trazione della corda il “primo” raggiunge un
incavo in basso a sinistra, dal cui margine ha inizio una sottile
cornice inclinata, molto friabile. Poco più di una ruga disegnata sulla
roccia, ma che dà una speranza di raggiungere la striscia nera.
L'estenuante lavoro di chiodatura martirizza la fessura cieca della
ruga, e in qualche modo gli scalatori raggiungono la striscia. Bisogna
superare un ultimo muro, poi la parete gradatamente si appoggia
trasformandosi nel colatoio alla fine del quale si sosta. Da lì alla
cima restano da salire dei muri d'erba con roccette, e qualche mugo. Saverio De Toffol
Storie sparse tra le guglie della Grigna Nel
1946 quei due scalatori non sono dei ragazzini; il Boga ha 40 anni (che
non sono i 40 di oggi, considerando anche la devastante guerra appena
terminata), e lo Zio 60. Quindi, mettendo insieme la grande difficoltà
di questa salita ed i “curricula” dei due amici, è probabile che il
primo di cordata fosse il Boga, che cavallerescamente dedica la via al
più anziano. Si tratta di una supposizione: nei documenti rinvenuti non
ci sono notizie certe al riguardo. Mario e Oreste comunque avevano
scalato parecchio insieme, e nel 1952 aprono una via di IV e V grado
sullo spigolo del Torrione di Vallesinella nelle Dolomiti di Brenta: la
“via dei due vecchioni”, ovviamente…
1996, agosto. Con Paolo
Vitali e Sonja Brambati stiamo terminando una via nuova sulla parete
sud-sud-est della Mongolfiera, salendo dal basso (Paolo capocordata)
con trapano e fix su una striscia nera che prometteva roccia compatta.
Per Paolo e Sonja sono gli anni ruggenti della Val di Mello e del
Qualido, con numerosissime salite aperte dal basso, dapprima con
punteruolo, martello e spit come Transqualidiana, nel 1989: venti tiri
fino al 6c+. Poi con trapano a batteria e fix, acquisendo una grande
dimestichezza nel gestire lughi tratti di arrampicata piena di
incognite, prima di posizionare la protezione successiva fermandosi in
posizioni precarie. La roccia sulla striscia nera della
Mongolfiera è buona, non strepitosa, e si fa scalare con una bella
arrampicata tecnica. Ma la batteria dà segnali di stanchezza, così
Paolo allunga ulteriormente i fix. Il tempo di piazzare la sosta, e ci
lascia definitivamente; da qui il nome della via: “Zerowatt”. La
striscia nera è come una placida corrente che solca un mare giallastro
increspato, pieno di insidie: croste, lastroni, scaglie e cubetti. Un
festival horror che si sfalda solo a guardarlo... Eppure, ecco spuntare
lì in basso sulla destra un chiodazzo stile anteguerra. Le guide
del Claudio Cima indicano una via CAI Belledo del 1968, proprio su quei
marcioni. La pubblicazione del 1971 la colloca sulla striscia nera “che
solca la parete NE (in realtà è sud-est), insinuandosi fra due
caratteristiche pance gialle. Si usarono 44 chiodi (uno ad
espansione)”… Noi però non troviamo alcuna traccia, oltre al chiodazzo,
che è chiaramente antecedente al ’68. Strano: quarantaquattro chiodi
qualche segno lo lasciano... La guida del 1975 cita la ripetizione di
Giovanni Favetti e Pietro Ferrari del 1973, con tanto di disegno. Ma
dove passa, allora, questa CAI Belledo?
Qualche anno dopo
Gerardo Redepaolini “Gerri” ed io mettiamo il naso sulla nord-est,
solcata all’inizio da una magnifica fessura che si spegne contro un
muro verticale/strapiombante, pieno di chiodi. Al termine della
fessura, scendiamo. Ma che via è? Le guide Cima non aiutano, e anch’io
contribuisco alla confusione indicandola approssimativamente, nella mia
“Grignetta e Valgrande” del 1996, come via dei Ragni. In seguito, Gerri
riesce a ripeterla tutta, trovando un chiodo a pressione, e poi la sale
in libera!
Si sta parlando dei piccoli torrioni della Grigna,
d’accordo, ma forse proprio per la natura “domestica” di questa
montagna dalla ricchissima bibliografia, è strano non riuscire talvolta
a districarsi tra nomi di vie e di primi salitori. E’ però divertente
provare a fare ordine, scoprendo ogni tanto cose interessanti. Infatti,
dalle pagine de “Lo Scarpone” emerge una relazione sulla Mongolfiera1: La
cordata Mario Dell'Oro detto «Boga», accademico del C.A.I. Lecco e
Oreste Viganò detto «Zio» del C.A.I. Legnano ha compiuto 1' 11 agosto
scorso (1946) la prima ascensione della parete sud-est dalla Torre
Mongolfiera (Grigna meridionale).
La descrizione è
precisissima, “al metro”… Faccio ripassare le guide, e nella Cima ’75
in effetti è citata la “via del Zio” di Mario Dell’Oro e Oreste Viganò
del 1946 sulla parete Sud-est: “Questa via, in arrampicata libera molto impegnativa, sale a un dipresso della via Bob Kennedy…eccetera… Presumibilmente TD”.
Ma canocchialando minuziosamente la guglia, dalla striscia nera di
Zerowatt fino a tutta la parete nord-est, non si capisce dove possa
salire una via in arrampicata libera “TD”: neanche estrema, quindi.
Oltre al fatto che a un dipresso (nei dintorni) della Kennedy non sale
nulla. La curiosità aumenta. Mi rendo conto: è un po’ da maniaci
della storia Grignesca, ma a questo punto è una questione di principio.
Una via inesistente può anche scapparci, in una guida... Ma due… no!
L’unica
è andare a vedere. Così Saverio De Toffol e Jorge Palacios, a vedere ci
vanno davvero. Poco sopra la partenza di Zerowatt sale una via presso
lo spigolo sud-est, ma la roccia è pessima e le possibilità di
proteggersi decentemente assai scarse; la scelta è di piazzare un fix
ad ogni sosta e due nel marcissimo secondo tiro. Il Boga era passato
senza, dimostrando doti da assoluto fuoriclasse. Tre tiri di cui due
intensissimi, che corrispondono perfettamente alla relazione de Lo
Scarpone. La via dello Zio è stata così riscoperta, e collocata nel
novero delle più tossiche della Grigna.
Resta la CAI Belledo.
Che non può che corrispondere alla “via dei Ragni” a nord-est. C’è
anche il chiodino a pressione citato dal Cima e rinvenuto dal Gerri. Questa
è la nostra interpretazione, che speriamo faccia un po’ di chiarezza.
Due vie interessantissime e molto impegnative: quella del Boga e dello
Zio che dimostra una volta di più le capacità e la determinazione degli
scalatori della Grigna degli anni ’30, e la CAI Belledo, molto bella,
figlia dell’epoca delle salite in artificiale negli anni ’60. Pietro Corti
Note 1 Riportiamo la relazione de Lo Scarpone Anno XV - N. 21 16 NOVEMBRE 1946
Attacco
su roccia compatta bianca nel punto inferiore della base sullo spigolo
sud-est. Per facili roccie [sic] bianche solide si sale con leggera
obliquità a sinistra per una quindicina di metri, fino ad un punto di
fermata indicato da un chiodo rimasto in parete. Da
questo punto ha inizio una placca di roccia gialla friabile da
praticare con delicatezza, che è superata con chiodi seguendo una
fessura che obliqua verso destra, per un'altezza di circa 20 metri. Con
passaggio discendente di circa un metro spostandosi a sinistra per
circa m. 1,50, si raggiunge una rientranza della parete che costituisce
il secondo posto di fermata, con due chiodi lasciati. Salendo
verticalmente con l'aiuto di tre chiodi, lasciati in parete, con corda
a fulcro sull'ultimo chiodo, si raggiunge una seconda nicchia al di là
di un costone a dorso di mulo, operando in discesa. Da qui ha inizio,
sempre su roccia friabile gialla, una cengia a bordo inclinato che si
dirige verso l'alto in direzione di un tetto, prima del quale scompare.
Seguendo per circa 12 metri tale cengia, si obliqua poi a sinistra con
passaggio che porta ad una macchia nera, da dove ha inizio una specie
di cordonata pressoché
verticale sporgente dalla parete circa 15 cm., con rocce non sicure che
si percorre per circa 2 metri. Prendendo per base tale sporgenza, si
raggiunge a m. 2 circa una cengia orizzontale
su roccie solide, e si prosegue verticalmente per 15 metri circa verso
la base di un camino-colatoio, con punto di fermata su pianerottolo. Si
segue interamente il camino che si allarga verso l'alto, per circa sei
metri, ci si sposta a destra per superare una sporgenza dopo di che si
rientra in camino per altri 15 metri, fino a che il medesimo scompare
in largo colatolo con inizio di roccie erbose. Si continua su terreno roccioso misto a molta erba per altri 80 metri fino alla vetta.
Una variante a detta via è stata compiuta più tardi da Angelo Longoni e Nino Bartesaghidel
C.A.I. di Lecco: « Viene seguito il percorso indicato nella via
Dell'Oro-Viganò, fino al secondo punto di fermata. Continuando
verticalmente, dopo il superamento dei tre chiodi sopra la prima
nìcchia, si obliqua a sinistra superiormente alla cengia inclinata,
fino ad arrivare sotto il tetto, che viene lasciato a destra,
raggiugendo l'attacco del camino colatolo. Si prosegue sul tracciato
Dell' Oro-Viganò alla vetta.
Via
molto severa, nonostante il breve sviluppo. La riportiamo solo per aggiungere
un tassello alla storia dell’alpinismo in Grignetta. Non ne consigliamo la
ripetizione, a causa della friabilità della roccia. Periodo Estate. Ambiente alpino; attenzione alla meteo: pericolo di temporali
improvvisi.
Chiodatura Durante
la ripetizione De Toffol-Palacios sono stati aggiunti 2 fix su L2, 1fix in S1 e
1 fix in S2. Sono stati utilizzati inoltre 12 chiodi (tolti), e friend, oltre
allo scarso materiale già presente. Portare 2 corde da 60m, serie completa BD fino
al 5, martello e una decina di chiodi assortiti. Staffe e casco.
Primi salitori Mario
Dell’Oro Boga, Oreste Viganò Zio.
11.08.1946 Accesso Da Lecco salire ai
Piani dei Resinelli. Oltrepassato il piazzale-parcheggio, si prende la strada
che sale a dx appena prima della chiesetta, svoltando a sx al primo bivio per
scendere all'ex rifugio Alippi, a monte del quale si dirama a dx una sterrata (via
alle Foppe) che porta all'inizio del Sentiero delle Foppe per il Rifugio
Rosalba (n° 9). Parcheggiare molto più sopra, presso la fonte della Carlanta,
per poi scendere a piedi (e risalire, al ritorno) lungo la strada asfaltata per
circa 1km, in quanto il Rosalba, uno dei rifugi più frequentati delle Prealpi
Lombarde, non ha un parcheggio dedicato! Molti parcheggiano
sulla strada (con cartello di divieto di sosta!) prima di entrare in via Foppe. Percorrere il
sentiero delle Foppe fino al bivio per il Sentiero dei Morti, che si segue
(ripido e sconnesso), fino ai cavi che attraversano il canale sotto il Torrione
Cinquantenario. Salire a dx per ripidi prati (tracce) fino alla forcella posta sotto i resti della
vecchia teleferica del Rif. Rosalba. Da qui parte un comodo sentiero che
conduce rapidamente alla base del versante ovest della Torre Costanza, dove si
risale lo stretto canale fino alla forcella Cecilia-Costanza.Dalla forcella scendere il pendio
sottostante e dirigersi verso la Mongolfiera, traversando i ripidissimi prati
lungo un’esile traccia. In ultimo salire brevemente alla base dello spigolo. 2h
Attenzione: terreno molto ripido, da percorrere con
calzature adeguate e passo sicuro! Relazioni
basate sui dati di Saverio De Toffol e Jorge Palacios
Sentiero dei Morti e
traverso fin sotto la teleferica
Discesa dalla forcella
Cecilia-Costanza e traverso sotto alla Mongolfiera
Fotografie ed elaborazioni
grafiche di Saverio De Toffol
L1 IV+ 17m 1 chiodo.
Roccia buona. Dalla base dello spigolo salire in leggero obliquo a sx per
alcuni metri, traversare poi a dx oltre lo spigolo e salire ad un terrazzino
terroso (1ch.). Portarsi sullo spigolo e seguirlo fino ad un gradino. S1; 1 fix Nota:
probabilmente la sosta originaria era situata sul terrazzino terroso L2 V/A1 18m 2 fix. Roccia molto friabile. Salire
alla base di una larga fessura (1fix) che si segue fino al termine (1fix),
quindi portarsi ad un corto e vago diedrino. Salirlo e traversare a sx ad un terrazzino
in una rientranza. S2; 1 fix
L3 V+/A1
fino alla congiunzione con Zerowatt (poi difficoltà “sportive”: 6b+) 40m. 3 chiodi,
3 fix. Roccia friabile nella prima parte
del tiro. Salire diritti fino ad un chiodo ad anello (difficoltà di chiodatura),
quindi scendere a sx in trazione di corda ad un'incavo (in alto si vede un
chiodo, probabilmente della variante Longoni-Bartesaghi). Ora salire verso sx lungo
un'esile ruga; al termine salire una placca nera compatta fino ad un chiodo ad
anello, e traversare brevemente ad un altro chiodo ad anello fuori per metà,
nei pressi di una caratteristica sporgenza nerastra. In questo punto si
incrocia Zerowatt che si segue fino alla sosta. S3; 2 fix arrugginiti
Discesa In doppia
su Zerowatt con tre calate da 30 metri circa